Lo Xiaomi Mi A1, smartphone del 2017 con Android Oneormai privo di supporto ufficiale da anni, è riuscito ad avviare l’ultima versione di Android 17 grazie al lavoro della comunità di sviluppatori dietro la ROM personalizzata Evolution X. Un risultato che dimostra come, con le competenze e la community giuste, anche hardware datato possa restare al passo con il software più recente.
Un legame speciale con il progetto Evolution X
Il Mi A1, lanciato nel settembre 2017 con Android 7.1.2 Nougat e aggiornato ufficialmente fino ad Android 9 Pie, monta un Qualcomm Snapdragon 625 (MSM8953) abbinato a 4GB di RAM LPDDR3. Il legame con Evolution X non è casuale: quando il progetto nacque, nel marzo 2019, scelse proprio il Mi A1, nome in codice “tissot”, come primo dispositivo ufficialmente supportato. A distanza di circa sette anni, lo stesso telefono riceve ora il porting di Android 17.
Le sfide tecniche per portare Android 17 su hardware del 2017
Far girare un sistema operativo così recente su un dispositivo pensato per Android Nougat richiede diversi adattamenti. La partizione di sistema originale del Mi A1 non era progettata per contenere le immagini di sistema più pesanti richieste dalle versioni moderne di Android, per cui gli sviluppatori hanno dovuto riorganizzare lo spazio disponibile, ad esempio riutilizzando aree in precedenza destinate alla cache.
Un’altra sfida riguarda il ponte tra i vecchi livelli di astrazione hardware, basati su kernel Linux 3.18 e 4.9, e le interfacce AIDL oggi utilizzate da Android, fondamentali per far funzionare correttamente connettività, sensori e fotocamera. Con soli 4GB di RAM a disposizione, per far girare un’interfaccia in stile Pixel e le personalizzazioni di Evolution X sono stati necessari anche interventi mirati su compressione della memoria tramite ZRAM, gestione dello swap e controllo dei processi in caso di carenza di memoria.
Un simbolo per la scena delle ROM personalizzate
Il Mi A1 non riceve più supporto ufficiale da Xiaomi da tempo, ma questo esperimento dimostra ancora una volta che, finché esistono il codice sorgente del kernel, le competenze tecniche necessarie e una comunità di sviluppatori attiva, anche smartphone di quasi un decennio fa possono continuare ad avviare le versioni più recenti di Android.
