L’idea che il telefono in tasca possa sostituire il portatile non è nuova, ma NexPhone prova a rilanciarla con un approccio quasi ostinato: un unico device che nasce Android, parla fluentemente Debian Linux e all’occorrenza si riavvia in Windows 11, con un’interfaccia mobile che strizza l’occhio ai nostalgici di Windows Phone. È un progetto dichiaratamente di nicchia, pensato più per chi sogna il “telefono-PC” definitivo che per chi guarda solo alla solita scheda tecnica da top di gamma.
Lato software, NexPhone parte da Android 16 e abbraccia il nuovo Desktop Mode di Google, quel layer che trasforma l’interfaccia mobile in un ambiente più vicino a ChromeOS quando colleghi il telefono a monitor, tastiera e mouse. La vera ambizione però è nella flessibilità: Debian gira come app, con accesso al file system condiviso con Android, mentre Windows 11 vive su una partizione separata e richiede un reboot per essere avviato, ma una volta dentro ti trovi davanti un’interfaccia a mattonelle pensata per sembrare un’eredità non ufficiale di Windows 10 Mobile. L’idea è evidente: anziché rincorrere l’ennesima interpretazione di DeX o Ready For, NexPhone prova a diventare il coltellino svizzero dei sistemi operativi tascabili, sacrificando un po’ di immediatezza in favore di un controllo quasi “da smanettone”.


Collegato a un monitor tramite DisplayLink, il telefono promette di offrirti tre scenari distinti: desktop Android 16 per chi vive di app e web, Debian con interfaccia completa per chi vuole davvero lavorare in un ambiente GNU/Linux tradizionale, e un Windows 11 “pieno” quando serve la compatibilità con applicazioni x86 o la solita suite di produttività aziendale. In questo contesto, Android e Linux condividono i file, mentre Windows resta un mondo a sé: una scelta quasi ideologica, che tiene separato l’ambiente Microsoft dal resto ma rende molto chiaro il confine tra uso mobile e sessione da PC vero e proprio. È un compromesso che dialoga bene con chi è abituato a dual boot e partizioni, e molto meno con chi si aspetta che tutto “magicamente” funzioni come un iPad con tastiera.
Se guardi solo i numeri, NexPhone non è un mostro: schermo LCD da 6,58 pollici a 120 Hz in risoluzione FHD+, 12 GB di RAM, 256 GB di storage espandibile via microSD, batteria da 5.000 mAh con ricarica wireless, tripla fotocamera con sensore principale da 64 MP, ultrawide da 13 MP e frontale da 10 MP. È un hardware che nel 2026 suona più “onesto midrange” che futuristico, ma con alcuni dettagli che puzzano di scelta consapevole più che di risparmio, come l’espansione microSD che gli stessi big dell’Android mainstream hanno praticamente archiviato. A rendere il tutto ancora più particolare è il design robusto, con certificazioni IP68 e IP69 e un’impostazione quasi da device rugged, lontana dalle linee sottili e lucide a cui ci hanno abituati i flagship, e più vicina a un attrezzo da lavoro che a un feticcio da vetrina.


Il vero punto di frattura, però, è il SoC: niente Snapdragon 8 di ultima generazione, ma il Qualcomm QCM6490, un chip nato per l’IoT e per applicazioni industriali, già visto su dispositivi come Fairphone 5 dove non aveva certo brillato per reattività. Qui la scommessa ruota intorno a due parole che raramente fanno notizia nelle schede tecniche: supporto e compatibilità. Qualcomm garantisce aggiornamenti fino al 2036 e Microsoft lo elenca tra le piattaforme ufficialmente supportate da Windows 11, una combinazione che rende questo silicio quasi “noioso ma affidabile” per chi pensa in termini di cicli di vita lunghi e update di sistema, più che di benchmark record. Il rovescio della medaglia è altrettanto chiaro: se ti aspetti prestazioni da ultrabook ARM o da flagship Android, probabilmente troverai l’esperienza sotto tono, soprattutto quando inizi a chiedere a Windows 11 qualcosa di più di un paio di tab di Edge e Word aperto in background.
In questo senso NexPhone flirta con un’idea di “phone-as-a-service” personale che il mercato ha già visto e più volte rifiutato, dai tempi di Continuum ai lapdock collegati agli smartphone Galaxy con DeX. La differenza è che qui non stai semplicemente proiettando Android su uno schermo più grande, ma porti con te un piccolo ibrido che può cambiare pelle a seconda del contesto, dal daily driver Android al terminale Linux fino al “quasi laptop” Windows, sempre con lo stesso pezzo di hardware ruvido in tasca. È una visione che parla direttamente a chi oggi affianca un portatile Linux a un PC Windows, vive in browser, SSH e IDE, e si chiede quanto ancora abbia senso trascinarsi tre macchine diverse quando l’ARM di fascia media è ormai sufficiente per una buona fettina di lavoro knowledge-based.
C’è anche un tema di prezzo che rende il tutto meno teorico di quanto sembri: con 199 dollari metti una prenotazione rimborsabile e blocchi il prezzo early bird di 549 dollari, con spedizioni previste per il terzo trimestre del 2026, almeno nei piani di Nex Computer. In un mercato dove i midrange superano tranquillamente quella cifra pur offrendo “solo” Android e un paio d’anni di update, la proposta di pagare una cifra simile per un telefono che mette sul tavolo tre sistemi operativi, supporto a lungo termine e una vocazione dichiarata alla sostituzione del PC non suona del tutto folle, soprattutto per l’utente esperto e curioso che popola le community Android. Il rischio, semmai, è un déjà vu: un prodotto che entusiasma la nicchia, fa esplodere thread su Reddit e commenti sotto i video “this phone runs Windows 11!!!”, ma che poi fatica a trasformarsi in un ecosistema di accessori, aggiornamenti e debugging continuo all’altezza delle promesse.
In definitiva, NexPhone sembra meno interessato a convincere la massa e più a riaprire una discussione che l’industria ha un po’ archiviato: quanto è realistico pensare allo smartphone come unico computer personale, quando il grosso del lavoro si è già spostato sul cloud, sui browser e sulle app multipiattaforma. Android 16 con Desktop Mode, Debian e Windows 11 nello stesso terminale costruito da chi ha passato anni a fare lapdock sono la risposta di Nex Computer, una risposta magari imperfetta, forse sottopotenziata, ma tecnicamente intrigante e sorprendentemente concreta per un progetto che punta a sbarcare sul mercato già entro fine anno. Per una community Android italiana abituata a ragionare di modding, ROM e multi-boot, questo è esattamente il tipo di dispositivo che non puoi ignorare, anche solo per capire se il sogno del “telefono che è anche il tuo PC” merita un altro giro di giostra nel 2026.
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