Un team di ricercatori dell’Università della California San Diego, in collaborazione con Google, ha dimostrato che è possibile costruire un mini data center usando smartphone Pixel dismessi. Non un esperimento astratto: i risultati mostrano prestazioni per core che competono con alcune CPU server di fascia media.

L’idea: smartphone come nodi di calcolo

Ogni anno milioni di smartphone vengono dismessi anche quando i componenti interni — processore, RAM, storage — sono ancora perfettamente funzionanti. Il progetto trasforma questi dispositivi in “nodi” di un cluster di calcolo distribuito. I ricercatori hanno rimosso schermo, batteria, fotocamera e scocca esterna dai Pixel per ricavare solo la scheda logica, più compatta e meno energivora.

Le prestazioni: sorprendentemente competitive

Usando il benchmark SPECrate, i Pixel di circa tre anni fa hanno mostrato prestazioni single-core paragonabili ad alcune configurazioni di server ASUS con doppio processore AMD EPYC. 25 Pixel in cluster hanno raggiunto prestazioni aggregate equivalenti a una CPU server entry-level. A livello di core totali o throughput complessivo il server enterprise resta superiore, ma il dato sul singolo core è significativo.

L’obiettivo: ridurre il carbonio incorporato

Google ha co-finanziato la ricerca con focus sull'”embodied carbon”: l’impronta di CO₂ generata durante la produzione di un dispositivo. Allungare la vita utile di uno smartphone posticipa la necessità di produrne uno nuovo, riducendo le emissioni legate alla manifattura. È plausibile immaginare che in futuro i Pixel ritirati dal programma di trade-in vengano reindirizzati verso applicazioni di edge computing o carichi leggeri nei data center.